Sono il Dr. Tommaso Gentili, Psicologo Psicoterapeuta. Sono iscritto all'Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Veneto (N. 12083). Mi sono laureato presso l'Univeristà di Padova e ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica presso la scuola Erich Fromm di Padova-Prato. La psicoterapia è per me , prima di tutto, un atto di libertà. In un mondo che ci spinge ad essere costantemente performanti, risolutivi e "utili", il mio studio offre un luogo dove è possibile rallentare per dare parola a ciò che ci abita dentro nel profondo. In questa cornice, l'apparente "inutilità" del momento non è un vuoto passivo, ma la condizione affinché emerga una verità autentica. Sospendere l'obbligo di produrre risultati o di compiacere le aspettative esterne è la strada per iniziare a dare cittadinanza a ciò che è unico in te...
Diventare artisti della propria vita significa, prima di tutto, smettere di considerarsi un prodotto finito da aggiustare e iniziare a percepirsi come un’opera in divenire. Non è un invito all'estetismo, ma una chiamata alla responsabilità creativa: l'idea che non siamo destinati a subire passivamente i nostri automatismi, ma che possiamo, un tratto alla volta, scegliere i colori delle nostre risposte al mondo. Esiste un'idea tenace quanto illusoria: che conoscere se stessi sia un’operazione puramente intellettuale. Siamo portati a credere che basti compilare un inventario dei propri traumi o una lista di pregi e difetti per "risolvere" chi siamo, come se stessimo facendo la manutenzione di un macchinario. Tuttavia, la vera conoscenza di sé non somiglia alla lettura di un manuale d'istruzioni; è, piuttosto, l'atto di impugnare il pennello di fronte a una tela bianca. Erich Fromm ci ricordava che l'essere umano è l'unica creatura capace di considerare la propria esistenza come un problema da risolvere. Egli sosteneva che vivere fosse l'arte suprema, una disciplina che richiede una pratica costante e che risulta molto più complessa di qualsiasi competenza tecnica o professionale. Diventare artisti della propria vita significa compiere un passaggio radicale: smettere di abitare la modalità dell'avere — dove cerchiamo di accumulare risposte preconfezionate, titoli e sicurezze esterne — per approdare alla modalità dell'essere, in cui l'individuo agisce finalmente con integrità e spontaneità. Spesso, chi arriva in terapia si sente "agito" dalla propria esistenza, come se fosse intrappolato in un copione scritto da altri: dalle relazioni che si ripetono sempre uguali, dall'ansia costante o da un senso di vuoto che nessuna attività riesce a colmare. In questo stato, la creatività esistenziale è bloccata. La cura analitica non serve dunque a "spiegare" il paziente a se stesso, ma a recuperare quella capacità creativa che Fromm vedeva come il nucleo fondamentale della salute mentale. In questo cammino, la psicoanalisi trova un alleato inaspettato nella saggezza orientale. Come emerge nel dialogo tra Fromm e Suzuki in Psicoanalisi e Buddhismo Zen, l'obiettivo non è l'accumulo di nuove teorie su di sé, ma un cambiamento radicale della coscienza. Per questi autori, l'arte della vita non è una dottrina da imparare, ma l'apprendimento dell'arte di guardare direttamente nella natura del proprio essere. Si tratta di un processo di "de-condizionamento": liberarsi dalle immagini rimpicciolite di sé e dalle maschere culturali per incontrare la propria natura reale. Diventare artisti di se stessi significa acquisire quella chiarezza che permette di vedere le cose così come sono, liberando la propria voce interiore dalle distorsioni dei conflitti passati e dalle richieste del sistema. Nel mio studio, l'approccio non si limita alla semplice analisi dei sintomi; si tratta di creare uno spazio di ascolto profondo in cui la parola si faccia viva. Non si parla "di" se stessi, ma si "è" se stessi attraverso il dialogo. Ogni intuizione guadagnata durante l'incontro non resta teoria, ma diventa un nuovo colore con cui dipingere le proprie scelte quotidiane. Guarire, in questo senso, non significa affatto "funzionare meglio" per gli ingranaggi di una società che ci vuole produttivi, quanto recuperare la forza di essere soggetti della propria esistenza. Significa accettare che l'opera non è mai conclusa: ogni giorno è un tratto di colore su una tela che non cerca la perfezione estetica, ma la nuda verità del proprio desiderio.
Se lo stai pensando: no non vengono dal cervello e neanche dall'attività neuronale. A differenza di quanto comunemente pensiamo nessuno ha ancora scoperto da dove vengono i pensieri. L'errore principale in cui incorriamo comunemente è scambiare il concetto di correlazione con quello di causazione. Il pensare è correlato ma non causato ad una certa attività elettrica delle strutture cerebrali osservati con sempre maggiore precisione e dettaglio. Questa distinzione ci porta direttamente al cuore del cosiddetto Hard Problem of Consciousness, formulato da David Chalmers (1995). Chalmers sostiene che, sebbene si possano mappare i "problemi facili" (come il cervello elabora gli stimoli esterni o controlla il comportamento), nulla nella fisica o nella biologia spiega perché a tali processi si accompagni un’esperienza soggettiva.C’è un salto ontologico incolmabile tra lo scivolamento di ioni attraverso una membrana neuronale e il sentire la malinconia di un ricordo o l'improvvisa epifania di un pensiero astratto. Come evidenziato dal neurofisiologo Maxwell Bennett e dal filosofo Peter Hacker in Philosophical Foundations of Neuroscience (2003), attribuire facoltà psicologiche al cervello (il "pensare", il "decidere") è una fallacia mereologica: il cervello è solo una parte dell'organismo; è l'essere umano nella sua interezza, immerso in una storia e in un linguaggio, che pensa. Se aderissimo a un determinismo biologico assoluto, la psicoanalisi non avrebbe ragione d'esistere. Ma, come suggerito dalle ricerche di Alva Noë (2009) in Out of Our Heads, la coscienza non accade dentro il cervello, ma è un'azione che l'individuo compie nel mondo.I pensieri non "sgorgano" dai neuroni come la bile dal fegato (per citare la celebre e provocatoria metafora di Pierre Cabanis). Essi appartengono alla causalità psichica. Un pensiero nasce da un altro pensiero, da un lapsus, da un desiderio rimosso che preme per emergere, o da quella "mancanza a essere" che costituisce il soggetto. La scansione di una fMRI può mostrarci l'incendio bioelettrico, ma non potrà mai dirci nulla sul senso del fuoco che divampa. In un'epoca che tenta di ridurre l'angoscia a uno squilibrio di serotonina, rivendicare l'origine ignota e soggettiva del pensiero è un atto di resistenza clinica. Significa restituire al paziente la dignità di un soggetto che non è "agito" dalle sue sinapsi, ma che è l'autore — spesso inconsapevole — della propria trama interiore. Venire in analisi non significa "aggiustare il cervello", ma abitare finalmente quella distanza tra il neurone e l'idea, scoprendo che proprio in quello spazio si gioca la nostra libertà.
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