A volte, mentre ascolto il racconto di chi ho di fronte, mi capita di avere l’impressione che nella stanza di terapia aleggi una sorta di presenza ulteriore, un’eco che deriva dalle condizioni storico-culturali moderne. Si tratterebbe di un ospite non invitato, quasi un "terzo incomodo" che sembra sedersi tra me e il paziente, suggerendo certi silenzi o colorando in modo particolare la sua angoscia. Forse quel dolore che il paziente porta non è un fatto esclusivamente privato o biologico, ma potrebbe rivelarsi, almeno in parte, il riflesso di un "elefante invisibile". Secondo alcune riflessioni proposte dal Professor Jiang Xueqin, l'individualismo che oggi consideriamo la pietra angolare della nostra identità potrebbe essere letto non come un dato di natura, ma come un costrutto storico-economico funzionale alla logica del consumismo. In questa cornice, l'individuo viene spinto a percepirsi come un'isola, un'entità il cui scopo appare quasi esclusivamente legato all'autorealizzazione attraverso l'acquisto e la performance. Un punto centrale del discorso del professore riguarda quello che egli definisce "autoschiavismo". Per comprendere l'ipotesi di Jiang Xueqin, dobbiamo immaginare un cambiamento storico nel modo in cui il potere agisce sull'individuo. Se in passato, nelle società disciplinari, il controllo era esterno e si manifestava attraverso un padrone, un sorvegliante o un'istituzione che imponeva regole e punizioni, il limite appariva visibile e contro di esso il soggetto poteva ribellarsi. Oggi, nella società del consumismo e della performance, quella figura esterna sembra essere svanita solo perché l'abbiamo accolta dentro di noi. È qui che nascerebbe l'autoschiavismo, per cui non avremmo più bisogno di qualcuno che ci controlli poiché avremmo interiorizzato lo sguardo del mercato. Ci monitoriamo da soli tramite i social, le app di produttività e il confronto costante con gli standard di successo altrui, trasformando la sorveglianza in auto-sorveglianza. Il sistema consumista ci tratta come software che devono essere costantemente aggiornati: se non siamo sempre "sul pezzo", se non impariamo l'ultima competenza o non acquistiamo l'ultimo dispositivo, temiamo di diventare obsoleti come un vecchio modello di telefono. Questa paura ci spingerebbe a non fermarci mai. La tragedia clinica dell'autoschiavismo risiede nel fatto che il soggetto sia contemporaneamente la vittima e il carnefice; siamo noi stessi a privarci del sonno, a colpevolizzarci per un pomeriggio di ozio e a imporci performance sempre più elevate. Come suggerito da Jiang, la libertà si sarebbe paradossalmente ribaltata in una costrizione auto-imposta, rendendoci liberi di fare tutto, a patto di restare sempre produttivi e desiderabili come merce.In termini clinici, questo significa che il paziente non soffre più per un divieto, ovvero per qualcosa che non può fare, ma per un eccesso di "potere", inteso come la sensazione di dover fare tutto senza riuscirci. Il peso non deriverebbe più da un comando esterno, ma da un'esigenza interna che non conosce riposo. L'esaurimento, o burnout, non sarebbe allora un semplice stress da lavoro, quanto piuttosto il crollo di un soggetto che ha esaurito le energie nel tentativo di essere il miglior schiavo di se stesso. In questa prospettiva, la sofferenza potrebbe nascere dal sospetto che la nostra libertà coincida esclusivamente con la capacità di competere. Questa dinamica genererebbe una stanchezza dell'anima che difficilmente si cura con il riposo tradizionale, poiché il soggetto, forse, non riesce più a esistere al di fuori della propria utilità. Se parte della sofferenza fosse causata dall'essere diventati quasi "oggetti" del consumo, il benessere psichico per il Professor Jiang non risiederebbe in una felicità standardizzata, ma nella riconquista della soggettività. Forse il benessere non consiste nel "funzionare meglio", quanto nel recuperare la capacità di essere un soggetto che agisce, invece di un consumatore agito dal sistema. Tale benessere sembrerebbe coincidere con la possibilità di uscire dall'isolamento per ritrovare una connessione con l'altro e con la propria storia personale. Potrebbe significare smettere di guardarsi come un "prodotto da ottimizzare" per iniziare a percepirsi come una voce singolare. La soggettività, forse, è proprio lo spazio in cui l'individuo prova a smettere di essere uno schiavo di se stesso per tentare di diventare l'autore della propria esistenza. Abbracciare queste ipotesi comporta responsabilità etiche per chi abita la stanza di terapia. A volte mi domando se il termine "cura" non rischi di essere distorto e se cerchiamo davvero di restituire al soggetto la sua unicità o se stiamo forse tentando di "ripararlo" perché torni a essere un consumatore funzionale. La sfida clinica, mi pare, consista nel riconoscere il sintomo non solo come un guasto, ma forse come un atto di resistenza di una soggettività che non accetta di essere silenziata. L'invito rivolto al paziente è allora quello di guardare alla propria stanchezza non come a un deficit organico, quanto piuttosto come al segnale di un io che arranca nel tentativo di assecondare le richieste incessanti di un sistema che non ammette pause.
Mi sono ritrovato spesso a riflettere su quanto emerge dalle provocazioni del Professor Jiang Xueqin: l'idea che, senza averlo mai deciso razionalmente, stiamo tutti conducendo una vita devota a un nuovo Dio: i soldi. Un Dio astratto, la cui logica permea la nostra realtà come fosse qualcosa di naturale, occupando implicitamente ogni anfratto del nostro desiderio. La cosa che più mi inquieta, sia come terapeuta che come uomo, è quanto abbiamo inconsciamente accettato tutto questo come un semplice "dato di fatto". Viviamo convinti che la vita sia "fatta così", che l'ansia mattutina, la corsa perenne e il timore del domani siano condizioni meteorologiche inevitabili della nostra anima. Ci sembra naturale che l'obiettivo implicito di ogni nostra azione sia accumulare più risorse — scegliere un lavoro solo per lo stipendio, rinunciare a una passione perché "non rende", o sacrificare il riposo per un extra guadagno — ma questa non è una condizione biologica né un dato naturale: è una costruzione specifica della nostra epoca. Abbiamo interiorizzato l'idea che il denaro sia l'unica garanzia di sopravvivenza e felicità, quando in realtà è proprio questa devozione a generare quel senso di annientamento imminente che cerchiamo disperatamente di placare. In questa cornice, l'individuo viene spinto a percepirsi come un'isola il cui scopo appare legato quasi esclusivamente all'autorealizzazione attraverso la performance. È qui che intravedo quello che il professore definisce "autoschiavismo". Se in passato il controllo era esterno e visibile — un padrone o un'istituzione contro cui potevamo almeno tentare di ribellarci — oggi quella figura sembra essere svanita solo perché l'abbiamo accolta dentro di noi. Non abbiamo più bisogno di un sorvegliante esterno: abbiamo interiorizzato le regole del mercato. Questo asservimento si dipana nella nostra quotidianità in modo quasi impercettibile. Ci monitoriamo da soli, confrontandoci con standard di successo sempre nuovi e temendo di diventare "obsoleti" come vecchi software da aggiornare. Questa paura trasforma la nostra presunta libertà in una prigione auto-imposta. La tragedia clinica risiede nel fatto che siamo diventati contemporaneamente vittima e carnefice; siamo noi stessi a privarci del sonno e a colpevolizzarci per ogni istante di inattività, convinti che fermarsi significhi "perdere valore". Jiang Xueqin suggerisce che questo sistema operi attraverso una manipolazione ambientale dell'ansia. Per questo l'asservimento non è un'adesione ideologica deliberata, ma una risposta adattiva inconscia. A livello conscio, pensiamo di agire per la nostra sicurezza o per il benessere della nostra famiglia, ma a livello inconscio stiamo obbedendo a un meccanismo di "focalizzazione delle energie". Quando il sistema crea instabilità, l'inconscio entra in modalità "allerta rossa", spingendoci a competere ferocemente per risorse che, paradossalmente, non portano mai alla pace promessa. Questa dinamica satura l'esistenza trasformandola in una serie di transazioni. Il tempo libero non è più spazio di contemplazione, ma "tempo potenzialmente produttivo"; persino la cura del proprio "brand" sui social diventa un lavoro non pagato per non "perdere valore". Anche il debito — mutui, prestiti, carte di credito — agisce come un guinzaglio psichico, riducendo la nostra capacità di dire "no" e obbligandoci a restare funzionali. Perfino le relazioni si mercificano: cerchiamo "contatti utili" e la soggettività dell'altro scompare, sostituita dalla sua utilità nel nostro piano di autorealizzazione e autoregolazione. In seduta, spesso, tutto questo emerge spesso come un senso di vuoto esistenziale che il paziente tenta di curare con un eccesso di attività. Ma nonostante si seguano i dettami del "nuovo Dio", la felicità non arriva. In termini clinici, il paziente non soffre più per un divieto, ma per un eccesso di "poter fare" che si traduce nella sensazione di non essere mai abbastanza. Il burnout non è allora un semplice stress da lavoro, ma il crollo di un soggetto che ha esaurito le energie nel tentativo di essere il miglior schiavo di se stesso. La sfida è aiutare il paziente a capire se quella voce interiore che lo sprona a non fermarsi sia la "sua" o quella dell'elefante invisibile.Riconoscere il sintomo non solo come un guasto, ma come una forma di protesta della soggettività che rivendica il proprio spazio. A volte mi domando se il termine "cura" non rischi di essere distorto e se cerchiamo davvero di restituire al soggetto la sua unicità, o se stiamo forse tentando di "ripararlo" affinché torni a essere un ingranaggio funzionale. Il benessere psichico non risiede in una felicità standardizzata, ma nella riconquista della propria capacità di agire. Guarire non significa affatto "funzionare meglio", quanto recuperare la forza di essere un soggetto che sceglie, invece di un consumatore agito dal sistema. Significa smettere finalmente di guardarsi come un "prodotto da ottimizzare" per iniziare a percepirsi come una voce singolare, capace di esistere e di darsi valore al di fuori della propria utilità produttiva.
Esiste un paradosso che abita il malessere contemporaneo: più cerchiamo di "gestire" la nostra vita come se fosse un'azienda, più finiamo per sentirci estranei a noi stessi. In Psicoanalisi e Buddhismo Zen, Erich Fromm e Richard De Martino esplorano proprio questa frattura: l'illusione di essere i soggetti della nostra esistenza mentre, nei fatti, ci comportiamo come oggetti. Nella nostra cultura, siamo abituati a pensare che la conoscenza di sé sia una forma di "auto-osservazione". Ci mettiamo mentalmente fuori da noi stessi per analizzarci, giudicarci e correggerci. In questo istante, accade la scissione: diventiamo un Soggetto (l'osservatore critico) che guarda un Oggetto (il sé da riparare). Questa distanza, che la psicoanalisi umanistica e lo Zen cercano di colmare, è la radice del senso di vuoto. Finché ti guardi come un oggetto, non stai vivendo; stai solo monitorando una performance. Il sistema ci spinge a essere "proprietari" della nostra psiche. Vogliamo possedere la nostra felicità, possedere il nostro equilibrio, possedere le nostre relazioni. Ma nel momento in cui cerchiamo di "avere" noi stessi, ci trasformiamo in una cosa. L'oggetto è prevedibile, deve funzionare, deve essere produttivo. Il soggetto è imprevedibile, è vivo, è un processo in divenire. Il paradosso è che la vera padronanza di sé non nasce dal controllo (che ci oggettivizza), ma dalla capacità di lasciar cadere le difese e abitare l'esperienza senza filtri. È quello che lo Zen chiama "non-dualità": non c'è più un "io" che osserva una "vita", ma c'è solo l'atto di vivere.
Questa trasformazione da soggetti a oggetti ha un nome preciso nel pensiero di Fromm: alienazione. L'uomo alienato è colui che ha perso il contatto con le proprie energie vitali e le percepisce come qualcosa di esterno, quasi come potenze estranee che lo governano. Quando diciamo "Non mi riconosco in ciò che faccio" o "La mia vita sembra decisa da altri", stiamo descrivendo esattamente questo stato di oggettivazione. Siamo diventati, come suggerisce De Martino nel libro, degli "osservatori distaccati" della nostra sofferenza. Invece di sentire il dolore, lo studiamo. Invece di vivere il desiderio, lo analizziamo. Questo eccesso di intellettualizzazione ci illude di avere il controllo, ma in realtà non fa che aumentare la distanza tra noi e la nostra natura reale. Qui il Buddhismo Zen offre alla psicoanalisi la chiave di volta per risolvere il paradosso. La conoscenza di sé non è "sapere qualcosa su di sé" (conoscenza oggettivante), ma è l'atto di essere svegli. Nello Zen, se guardi un fiore e inizi a classificarlo, a valutarne la rarità o il prezzo, il fiore come "essere vivo" scompare: davanti a te resta solo un oggetto botanico o commerciale. Lo stesso accade con la nostra anima. Se ti approcci a te stesso con le categorie diagnostiche o con le aspettative di rendimento sociale, smetti di incontrarti. Diventare di nuovo soggetti significa passare dalla "conoscenza-informazione" (accumulare dati sul proprio passato) alla "conoscenza-esperienza" (sentire il flusso della vita nel presente). La terapia non è allora una lezione teorica sulla tua storia, ma un esercizio di presenza radicale. È il momento in cui smetti di raccontarti e inizi, finalmente, a percepirti.ll paradosso si scioglie solo quando il "chi osserva" e il "chi è osservato" tornano a essere la stessa cosa.
In Psicoanalisi e Buddhismo Zen Fromm e Suzuki citano un antico aneddoto taoista. Si racconta di un saggio anziano che irrigava il suo orto portando l’acqua a mano dal pozzo, con grande fatica. Un viandante gli suggerì di usare una macchina — una leva con un contrappeso — per ottenere più acqua con meno sforzo.
Il saggio rispose:
"Ho sentito dire dal mio maestro che chi usa le macchine finisce per fare ogni cosa come una macchina; chi fa le sue cose come una macchina sviluppa un cuore-macchina. E colui che ha un cuore-macchina nel petto perde la sua pura innocenza, diventando incerto nel cammino del suo spirito."
Questo rifiuto non era dettato dall'ignoranza, ma da una precisa consapevolezza psicologica. Gli antichi temevano che la macchina, separando l'intenzione dal risultato, spezzasse il legame tra l'uomo e l'atto che sta compiendo. Se la macchina lavora per me, io posso permettermi di essere "assente". Ma per lo Zen e per la psicoanalisi umanistica, la salute mentale risiede nell'esatto opposto: la presenza in ogni gesto. Quando iniziamo a funzionare secondo una logica meccanica, cadiamo in quello che Fromm chiama alienazione. L'uomo alienato è colui che ha perso il contatto con le proprie energie vitali e le percepisce come qualcosa di esterno. Invece di sentire il proprio dolore, lo analizza; invece di vivere il proprio desiderio, lo gestisce. Siamo diventati "osservatori distaccati" della nostra sofferenza. Ci trattiamo come software da aggiornare o hardware da riparare. Ma nel momento in cui cerchiamo di "avere" il controllo sulla nostra psiche come se fosse un dispositivo, smettiamo di essere Soggetti (creature imprevedibili e vive) e diventiamo Oggetti (prodotti da ottimizzare). Il rapporto originario tra uomo e strumento prevedeva che l'attrezzo fosse un'estensione della mano (come il pennello per il pittore). La macchina moderna, invece, tende a sostituire il soggetto. Abbiamo creato tecnologie per "risparmiare tempo", ma non siamo mai stati così frenetici. Questo accade perché il tempo risparmiato non viene usato per essere, ma per produrre ancora di più. Oggi, il rischio del "cuore-macchina" non si limita più alla fabbrica o al lavoro, ma si è trasferito nelle nostre tasche. Gli smartphone e i social media sono le macchine definitive: non si limitano a produrre oggetti, ma producono identità. Quando navighiamo sui social, il confine tra soggetto e oggetto si fa pericolosamente sottile. Diventiamo consumatori di immagini e, simultaneamente, trasformiamo la nostra stessa vita in un'immagine da consumare. Invece di vivere un momento, ci preoccupiamo di come rappresentarlo affinché l'algoritmo lo premi. In questo istante, smettiamo di essere i soggetti della nostra esperienza per diventare gli "amministratori marketing" di noi stessi. L'algoritmo è, per definizione, la negazione dell'imprevedibilità umana che Fromm tanto difendeva. Esso ci studia per renderci prevedibili, per chiuderci in "bolle" di pensiero e per automatizzare i nostri desideri. Se lo Zen ci invita a guardare la realtà "così com'è", i social ci spingono a guardarla attraverso i filtri di un dispositivo che cerca di quantificare l'anima in like e visualizzazioni. Questa è la forma più moderna di alienazione: sentirsi "spenti" se non si riceve un riscontro digitale, come se la nostra esistenza avesse bisogno di un impulso elettrico esterno per essere reale. Il "cuore-macchina" oggi pulsa al ritmo delle notifiche, frammentando la nostra attenzione e impedendoci quella presenza radicale che è alla base di ogni guarigione psichica. Liberarsi dal "cuore-macchina" per tornare a sentire il flusso della vita nel presente. Guarire non significa affatto "funzionare meglio" per gli ingranaggi di una società che ci vuole produttivi, quanto recuperare la forza di essere padroni del proprio destino. Essere artisti della propria esistenza significa accettare che l'opera non è mai conclusa e che non esiste un manuale d'istruzioni. Ogni giorno è un tratto di colore su una tela che non cerca la perfezione meccanica, ma la nuda verità del proprio desiderio umano.In un mondo di algoritmi, la stanza di analisi resta uno degli ultimi baluardi di imprevedibilità autentica.
Nel suo nuovo libro "Dove vai così di fretta?" (Bompiani, 2024), Lama Michel Rinpoche pone una domanda che interroga direttamente il nostro modo di vivere. La fretta, suggerisce il Lama, non è una condizione esterna dovuta al traffico o alle scadenze, ma una predisposizione mentale che nasce quando la velocità del mondo supera la nostra capacità di comprendere ciò che stiamo vivendo. Oggi corriamo perché gli eventi scorrono più veloci della nostra capacità di abitarli. Per capire questo affanno, dobbiamo osservare il rapporto tra stimolo ed elaborazione. In psicoanalisi, sappiamo che la mente ha bisogno di "legare" gli stimoli esterni per trasformarli in esperienza. Se lo stimolo è troppo intenso o troppo rapido, la psiche non riesce a metabolizzarlo e si crea un trauma: un vissuto che resta "incistato" dentro di noi, non elaborato. La fretta contemporanea funziona in modo simile a un micro-trauma continuo. Non è il numero di impegni a distruggerci, ma la pressione costante di stimoli — digitali, emotivi, sociali — che si accumulano senza essere stati compresi. Quando la velocità di ricezione supera quella di integrazione, proviamo quell'ansia sottile che chiamiamo urgenza. Il problema è la mancanza di uno spazio vitale per trasformare ciò che accade in qualcosa che ci appartenga. Lama Michel spiega che se mangi continuamente senza sosta, il tuo corpo non riesce a trasformare il cibo in energia; lo trasforma in peso. Psicologicamente accade lo stesso. Uno stimolo non elaborato (un’offesa ricevuta, una notizia allarmante, un conflitto irrisolto) rimane "aperto" nella mente, consumando risorse preziose. Se non concediamo alla psiche il tempo di "digerire" l'emozione, questa non diventa saggezza o memoria, ma si stratifica come un carico irrisolto che preme dall'interno. La fretta è il segnale di un sistema surriscaldato: corriamo verso la cosa successiva proprio perché non siamo riusciti a dare un senso a quella precedente. Per comprendere la portata di questa sfida, è utile guardare a come è cambiato il nostro panorama percettivo. Alcune stime indicano che oggi una persona media riceve in un solo giorno una quantità di stimoli informativi superiore a quella che un individuo del XVIII secolo riceveva in un’intera vita. Mentre nel passato gli stimoli erano intervallati da ampi spazi di silenzio e riflessione — tempi morti che permettevano alla psiche di elaborare e "legare" l'accaduto — oggi siamo immersi in una continuità senza pause. Il divario tra la nostra biologia e l'ambiente digitale è confermato dai dati sulla produzione e il consumo di informazioni. Secondo le analisi della International Data Corporation (IDC) e i report sulla Global DataSphere, la massa d’urto informativa che colpisce i nostri sensi ha raggiunto oggi circa 74 gigabyte di dati al giorno per persona. Questa cifra non riguarda solo ciò che leggiamo attivamente, ma comprende la totalità degli input: ogni singola notifica, ogni immagine scorsa velocemente e ogni stimolo sonoro o visivo che attraversa il nostro campo percettivo. Per rendere l'idea della sproporzione, i ricercatori sottolineano che processare un simile carico equivale a far transitare nella nostra mente un volume di informazioni che, se tradotto in testo, supererebbe le 200.000 parole ogni ventiquattro ore. Si tratta di un carico paragonabile alla lettura integrale di due o tre romanzi ogni singolo giorno. Questa esposizione è cresciuta con ritmi che superano di gran lunga qualsiasi capacità di adattamento della nostra struttura psichica. La fretta, dunque, non è altro che il risultato di questo scollamento: cerchiamo di far correre la nostra anima alla velocità della fibra ottica, ignorando che la psiche, per non restare traumatizzata dagli urti del mondo, ha bisogno di tempi che non possono essere abbreviati. Quando accumuliamo troppi vissuti non elaborati, dentro di noi si crea un rumore di fondo caotico. A quel punto, fermarsi fa paura. Temiamo che, rallentando, tutto quel materiale "grezzo" e non digerito — l'ansia, la confusione, il dolore — emerga con una forza che non sapremmo gestire.Sviluppiamo così una modalità reattiva: rispondiamo istantaneamente agli input esterni per evitare di sentire ciò che accade internamente. Corriamo non perché abbiamo una meta reale, ma perché temiamo il confronto con ciò che abbiamo lasciato in sospeso. La fretta diventa una difesa paradossale: corriamo per non sentire l'indigestione dell'anima. Il lavoro terapeutico consiste nel creare uno spazio protetto dove il flusso del mondo si arresta per permettere l'elaborazione. Guarire non significa "organizzare meglio il tempo", ma recuperare la propria dignità di Soggetto. Significa passare dalla reazione meccanica alla risposta consapevole. La cura è il tempo della digestione: trasformare il peso degli eventi in nutrimento per la propria storia.
Se pensi che i tuoi pensieri siano prodotti dal cervello o dall'attività neuronale, la scienza ha una sorpresa per te: nessuno ha ancora scoperto da dove vengano realmente. L'errore comune è confondere la correlazione con la causazione. Certo, il pensare è correlato all’attività elettrica delle strutture cerebrali, ma non ne è causato. Come spiega il neuroscienziato italiano Giulio Tononi, che negli Stati Uniti ha sviluppato la Teoria dell'Informazione Integrata, la coscienza non è un semplice "prodotto" del software cerebrale, ma una proprietà fondamentale dell'integrazione del sistema che non può essere ridotta alle sue singole componenti biologiche. A supporto di questa visione non localizzata della mente, occorre ricordare i rivoluzionari esperimenti sulla memoria di Karl Pribram. Dimostrando che il ricordo non scompariva nemmeno rimuovendo ampie porzioni di corteccia, Pribram suggerì che la memoria non fosse un "file" archiviato in un punto preciso, ma una funzione distribuita. Questo portò al suo modello olografico del cervello, secondo cui la funzione psichica trascende la materia fisica e si manifesta come una totalità non frammentabile. Oggi, la scienza più avanzata sta smontando anche il mito dello "squilibrio chimico". Nonostante decenni di marketing farmaceutico, non esistono evidenze scientifiche che disturbi come la depressione siano causati da bassi livelli di serotonina o dopamina. Una monumentale revisione sistematica pubblicata su Molecular Psychiatry (2022) dalla ricercatrice Joanna Moncrieff ha analizzato decenni di studi concludendo che non vi è alcun legame provato tra concentrazione di serotonina e depressione. Questi dati sono supportati dalle metanalisi di Irving Kirsch (Harvard Medical School), il quale ha dimostrato che gran parte dell'efficacia degli antidepressivi è attribuibile all'effetto placebo, mettendo in crisi l'idea che la soluzione sia puramente biochimica. Come sottolineato da ricercatori come Antonello Bonci, il cervello è un sistema plastico che risponde all'esperienza. Persino il premio Nobel Eric Kandel ha dimostrato che, sebbene i geni influenzino il cervello, è l'apprendimento e l'interazione con l'ambiente a modificare l'espressione genica e le connessioni sinaptiche. Ridurre la sofferenza a una carenza di molecole è una semplificazione che ignora la complessità del vissuto soggettivo. Questa distinzione ci porta al cuore del cosiddetto Hard Problem of Consciousness di David Chalmers: la biologia non spiega perché a un processo fisico si accompagni un’esperienza soggettiva. C’è un salto incolmabile tra lo scivolamento di ioni in una membrana e il sentire la malinconia di un ricordo o l'improvvisa epifania di un pensiero astratto. Attribuire il "pensare" o il "decidere" al cervello è quella che Maxwell Bennett e Peter Hacker definiscono una fallacia mereologica: il cervello è solo una parte dell'organismo; è l'essere umano nella sua interezza, immerso in una storia e in un linguaggio, che pensa. Se aderissimo a un determinismo biologico assoluto, la psicoanalisi non avrebbe ragione d’esistere. Ma, come suggerito da Alva Noë, la coscienza non accade "dentro" il cervello, è un’azione che l’individuo compie nel mondo. I pensieri non "sgorgano" dai neuroni come la bile dal fegato; essi appartengono alla causalità psichica. Un pensiero nasce da un altro pensiero, da un lapsus, da un desiderio rimosso o da quella "mancanza a essere" che costituisce il soggetto. Una risonanza magnetica può mostrarci l'incendio bioelettrico, ma non potrà mai dirci nulla sul senso del fuoco che divampa. In un'epoca che tenta di ridurre l'angoscia a uno squilibrio di serotonina, rivendicare l'origine ignota e soggettiva del pensiero è un atto di resistenza clinica. Significa restituire al paziente la dignità di un soggetto che non è "agito" dalle sue sinapsi, ma che è l'autore — spesso inconsapevole — della propria trama interiore. Venire in analisi non significa "aggiustare il cervello", ma abitare finalmente quella distanza tra il neurone e l'idea, scoprendo che proprio in quello spazio si gioca la nostra libertà.
Esiste una sottile ma tenace illusione che attraversa la nostra epoca: l’idea che conoscere se stessi sia un’operazione puramente intellettuale, una sorta di inventario dei propri traumi o una lista di pregi e difetti. Tuttavia, la vera conoscenza di sé non somiglia alla lettura di un manuale d'istruzioni, ma piuttosto all'atto di impugnare il pennello di fronte a una tela bianca. Secondo Erich Fromm, l'uomo è l'unica creatura che può considerare la propria esistenza come un problema da risolvere. Egli sosteneva che vivere sia l'arte suprema, ma è un'arte che richiede una pratica costante, molto più difficile dell'apprendimento di qualsiasi altra disciplina tecnica. Diventare artisti della propria vita, nella prospettiva di Fromm, significa passare da una modalità dell'avere (accumulare risposte, titoli, sicurezze) a una modalità dell'essere, dove l'individuo agisce con integrità e spontaneità. Spesso, chi arriva in terapia si sente "agito" dalla propria vita: dalle relazioni che si ripetono, dall'ansia o da un senso di vuoto. In questo stato, la creatività esistenziale è bloccata. La cura analitica serve allora a recuperare quella capacità creativa che Fromm vedeva come il nucleo fondamentale della salute mentale. In questo cammino di scoperta, la psicoanalisi trova un alleato inaspettato nella saggezza orientale.L'obiettivo non è l'accumulo di nuove teorie su di sé, ma un cambiamento radicale della coscienza per apprendere l'arte di guardare direttamente nella natura del proprio essere. Diventare artisti di se stessi significa acquisire quella chiarezza che permette di vedere le cose così come sono, liberando la propria voce interiore dalle distorsioni create dai conflitti passati. Nel mio studio, l'approccio non si limita alla semplice analisi dei sintomi. Si tratta di creare uno spazio di ascolto profondo e partecipazione autentica. In questo spazio d'incontro: La parola si fa viva: Non si parla "di" se stessi, ma si "è" se stessi attraverso il dialogo. La consapevolezza diventa azione: Ogni intuizione guadagnata durante l'incontro non resta teoria, ma diventa un nuovo colore con cui dipingere le proprie scelte quotidiane.Conoscere se stessi non serve a "spiegarsi", ma a liberarsi. Come Fromm e Suzuki ci hanno insegnato in Psicoanalisi e Buddhismo Zen, la terapia è un processo di "de-condizionamento": ci si libera dalle immagini rimpicciolite di sé per abbracciare la vastità della propria vita. Essere artisti della propria esistenza significa accettare che l'opera non è mai conclusa. Ogni giorno è un tratto di colore su una tela che non cerca la perfezione estetica, ma la verità del proprio desiderio.
Una delle domande più antiche e affascinanti che l’umanità si pone è: dove finisce l’"io" e dove inizia il "mondo"? Siamo abituati a pensare a noi stessi come a entità chiuse dentro un involucro di pelle, separate da un universo esterno che osserviamo attraverso i sensi. Eppure, se approfondiamo questa percezione, i confini iniziano a farsi sfumati. Nelle sue riflessioni, Sadhguru ribalta la prospettiva comune. Egli sostiene che gran parte di ciò che chiamiamo "noi" sia in realtà un accumulo di materiale esterno: il corpo è un accumulo di cibo, la mente un accumulo di impressioni. Secondo questa logica, se togliamo ciò che abbiamo raccolto, la distinzione tra interno ed esterno crolla. Tuttavia, è proprio qui che sorge la prima necessità critica. Se è vero che il corpo e la mente si nutrono di elementi esterni, affermare che "non esiste nulla fuori" può diventare una forma di negazione della realtà oggettiva. Sebbene la percezione sia soggettiva, ignorare l'esistenza di una realtà "altra" da noi rischia di confinare l'individuo in una bolla narcisistica dove il mondo esiste solo in funzione della propria coscienza. Sadhguru suggerisce che il mondo sia solo una proiezione interna. In termini clinici, questa visione è estremamente delicata. Se è vero che proiettiamo i nostri vissuti sulla realtà, è altrettanto vero che la salute mentale risiede nella capacità di riconoscere l'Altro come indipendente da noi. Dire che "tutto è dentro di te" può offrire un senso di controllo illusorio, ma rischia di annullare l'importanza della relazione. La clinica ci insegna che il malessere spesso nasce proprio dall'incapacità di dialogare con un "fuori" che non risponde ai nostri desideri. Il misticismo di Sadhguru tende a semplificare questo scontro, suggerendo che basti "pulire lo specchio" per risolvere il conflitto. Ma la vita umana è fatta di urti reali con oggetti e persone che hanno una loro propria, ineludibile esistenza esterna. Sadhguru propone di mettere da parte tutto ciò che "possediamo" (corpo, pensieri, emozioni) per trovare la pura presenza. Sebbene questo sia un esercizio meditativo potente, dal punto di vista psicologico può sfociare in una dissociazione. Sottrarre l'identità, la storia personale e il corpo significa eliminare ciò che ci rende umani. In analisi, non cerchiamo di "mettere da parte" il corpo o i pensieri, ma di integrarli. La scommessa non è trovare una presenza astratta e universale, ma dare un senso alla propria presenza singolare e limitata, qui e ora. Contrariamente alla visione che annulla i confini, la psicologia analitica suggerisce di abitare il confine. Esiste un mondo fuori? Certamente. Ma noi lo incontriamo sempre attraverso il filtro del nostro inconscio. Il lavoro terapeutico non mira all'unione mistica con l'universo, ma alla capacità di distinguere tra:l a realtà materiale: che esiste indipendentemente da noi e con cui dobbiamo fare i conti. La realtà psichica: il significato che noi diamo a quella materia. Esiste qualcosa al di fuori di noi stessi? La risposta di Sadhguru ci invita a non essere schiavi dei nostri sensi, ed è un monito prezioso. Ma la risposta clinica aggiunge un tassello fondamentale: il "fuori" esiste, ed è proprio nell'incontro con ciò che non siamo noi che scopriamo chi siamo veramente. La guarigione non passa per l'annullamento dell'esterno, ma per la costruzione di un ponte solido tra la nostra interiorità e un mondo che, fortunatamente, resta altro, diverso e imprevedibile.
Knowing Yourself, Inside and Out | Sadhguru
Nell’epoca dell’iper-connessione e della produzione costante, il concetto di "spazio personale" è diventato paradossalmente raro. Spesso cerchiamo risposte nel rumore dei social media o nell'efficienza dei manuali di auto-aiuto, dimenticando che la sofferenza psichica non segue protocolli universali né tempi industriali. La psicoterapia si pone come l’eccezione a questa regola: un luogo dove il tempo si ferma per permettere l’emergere dell’unicità del soggetto. Intraprendere un percorso terapeutico non significa semplicemente "andare a parlare con un esperto". È, prima di tutto, la costruzione di un setting rigoroso dove la parola riacquista il suo valore creativo. In questo spazio, il clinico non si pone come un giudice né come un dispensatore di verità preconfezionate, ma come un custode della singolarità del paziente. Come scriveva Irvin Yalom: “Il terapeuta deve sforzarsi di creare un nuovo linguaggio terapeutico per ogni paziente”. Questa intuizione sottolinea che non esiste una terapia standardizzata perché non esiste un dolore standardizzato. Ogni incontro è un evento unico, irripetibile, costruito sulla misura specifica di chi abita quel momento. In un mondo che ci impone di essere costantemente performanti, risolutivi e "utili", la psicoterapia offre un paradosso rivoluzionario: è uno spazio dove ci si può finalmente permettere di non fare niente. Non è un luogo dove si "lavora" nel senso comune del termine — ovvero per produrre un risultato immediato o un oggetto di consumo. È un luogo dove ci si può concedere il lusso di fare qualcosa che, agli occhi della società, "non serve a niente". Questo apparente vuoto è in realtà la condizione necessaria affinché emerga l'autenticità. Smettere di cercare un'utilità forzata permette di uscire dalla logica del dovere e di entrare in quella del desiderio. Molti si avvicinano alla terapia con l’aspettativa di ricevere "istruzioni per l’uso" della propria esistenza. Tuttavia, la professionalità del clinico risiede proprio nella capacità di astenersi da questa tentazione. Dare un consiglio significa, spesso, soffocare il desiderio del paziente sotto l'ingombro del parere del terapeuta.La psicoterapia è invece uno spazio di giustizia etica. Qui, il paziente è protetto dal narcisismo altrui e dalle aspettative sociali di efficienza. Come abbiamo esplorato discutendo della sottrazione dell'ego del clinico, è solo quando il terapeuta accetta di non occupare la scena con le proprie opinioni che il paziente può finalmente scoprire la propria verità, libera da ogni scopo utilitaristico. Nella mia pratica, considero la seduta come un laboratorio di libertà. Non è il luogo del "fare due parole", ma il luogo dove la parola, pur nascendo da un tempo sospeso e apparentemente inutile, diventa atto. Attraverso l'ascolto analitico, i frammenti di un'esistenza — i sogni, i lapsus, le paure ricorrenti — smettono di essere rumore e diventano un testo leggibile. Citando Sigmund Freud: “Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico”. In terapia, questo "potere" si manifesta nella capacità di riscrivere la propria storia, trasformando il destino subìto in una scelta consapevole. Questo spazio è unico perché è l'unico luogo al mondo dove non ti è chiesto di essere "efficiente", "giusto" o "adeguato". Ti è chiesto solo di essere presente alla tua parola, anche quando questa sembra non servire a nulla. La psicoterapia è un investimento sulla propria singolarità: un atto di coraggio che permette di passare dall'essere oggetto della propria sofferenza a essere soggetto della propria vita.
Nel video "Perché è meglio non esprimersi?"( link in fondo all'articolo), Sadhguru, uno dei mistici e yogi più influenti del nostro tempo, propone una visione che sfida i modelli della psicologia moderna. Egli sostiene che la tendenza contemporanea a incoraggiare le persone a esprimere i propri vissuti interiori ed esteriori abbia favorito una diffusione di instabilità interiore, poiché esteriorizzare i propri contenuti interni non rappresenta una soluzione reale al malessere. Secondo questa prospettiva, manifestare ciò che si prova non cura la causa del disagio, ma sposta semplicemente il peso all'esterno. Questo atto può dare un sollievo momentaneo a chi lo compie, ma non risolve il problema alla radice e finisce per disturbare l'equilibrio delle relazioni e dell'ambiente circostante, liberando il soggetto da un peso senza averlo davvero trasformato internamente. Il cuore della critica risiede nella distinzione tra l'espressione e la percezione. Dare voce ai propri pensieri e alle proprie difficoltà finisce paradossalmente per dare loro forza, rendendo quei limiti "solidi" e reali nella mente e mantenendo la persona legata al passato. Al contrario, la percezione è la capacità di osservare la realtà senza il filtro dei propri pregiudizi e ricordi. Imparando a vedere le cose con chiarezza, ci si accorge che i pensieri sono solo accumuli di memorie senza un valore intrinseco reale, non sono cose: vedendo il problema per quello che è, esso perde il suo potere senza bisogno di essere manifestato. In sintesi, mentre l'espressione viene vista come un modo per alimentare la confusione mentale, la percezione è la via dell'osservazione che permette di superare i conflitti attraverso la chiarezza e il silenzio. Analizzando la posizione di Sadhguru attraverso la lente della clinica, emerge una tensione feconda. Se da un lato la sua visione può apparire come un tentativo di soffocare l'identità del soggetto, dall'altro tocca una verità che la stessa pratica terapeutica riconosce come fondamentale: il rischio che l'espressione diventi un labirinto invece di una via d'uscita. Questa verità risiede nel fatto che parlare dei propri vissuti non è sempre un atto liberatorio. Come sostiene il mistico, se l'espressione è solo un raccontarsi continuamente per confermare i propri traumi, essa finisce per alimentare il problema, rendendolo solido e strutturale. La pratica clinica riconosce questo pericolo: non tutto il parlare è terapeutico. Il vero punto di contatto è l'obiettivo finale: la percezione. Mentre per Sadhguru la percezione si raggiunge attraverso il silenzio e il distacco dalla mente, nella clinica la percezione si conquista proprio attraverso una parola diversa. Non è la parola dello sfogo, ma quella che serve a "vedere" meglio: nominare ciò che proviamo non serve a manifestarlo, ma a trasformarlo in un oggetto che possiamo finalmente osservare e comprendere. In entrambi i casi, l'obiettivo è smettere di essere schiacciati dai propri contenuti interni per iniziare a percepirli con chiarezza, restituendo al soggetto la capacità di agire con autonomia e consapevolezza. La critica principale che forse possiamo muovere a Sadhguru riguarda la funzione della parola. Se seguiamo pedissequamente l'invito a "non esprimerci, rischiamo di scivolare in una forma di repressione spiritualizzata. In ambito psicologico, sappiamo che ciò che non trova la via della parola non scompare, ma agisce nell'ombra. Il silenzio forzato può diventare una prigione dove il dolore, non potendo essere nominato, finisce per pietrificarsi in sintomi psicosomatici, coazioni a ripetere, agiti e angosce senza nome. L'essere umano non è un "pezzetto di vita" astratto, ma un essere di linguaggio: negare l'espressione in nome di una percezione pura significa ignorare che è proprio attraverso il tentativo — spesso fallimentare e "limitato" — di dirsi, che l'individuo costruisce la propria verità e si assume la responsabilità della propria storia. Tuttavia, non possiamo ignorare il valore terapeutico dell'intuizione di Sadhguru. In un'ottica analitica, il suo attacco all'espressione indiscriminata può essere giustificato come una critica al "parlare a vuoto". Spesso, ciò che definiamo "esprimerci" è in realtà una difesa: parliamo per non dire nulla, esprimiamo il "dramma psicologico" (ansie, lamentele, proiezioni) proprio per evitare di percepire la realtà sottostante. In questo senso, la posizione di Sadhguru trova una giustificazione clinica in due punti cardine.Primo molte delle nostre parole sono automatismi che servono a coprire un vuoto che ci spaventa. In analisi, saturare la seduta di chiacchiere è spesso un modo per non incontrare l'inconscio. Secondo,il momento di svolta in un percorso di cura non è quando il paziente "parla tanto", ma quando finalmente "percepisce" un senso nuovo. È quel silenzio fecondo che precede l'insight, dove la mente smette di produrre rumore e inizia a vedere le cose per come sono. Sadhguru suggerisce che la sofferenza nasca dal dare espressione alle proprie limitazioni. In termini clinici, questo si traduce spesso nella gestione dello stress. Lo stress non è quasi mai causato dagli eventi, ma dall'incapacità di percepire la distinzione tra l'accaduto e il racconto mentale che ne facciamo. Se reagiamo (esprimiamo) immediatamente a un disagio con la lamentela o l'ansia, consumiamo energia vitale. Se invece potenziamo la percezione, osservando il movimento della mente senza "diventare" quel movimento, lo stress si dissolve. In questo, la saggezza orientale e la pratica analitica convergono: la cura passa per un de-condizionamento dai propri automatismi .In definitiva, la sfida è superare il dualismo tra Oriente e Occidente. Non si tratta di scegliere tra il silenzio assoluto del monaco e il rumore incessante della modernità. Diventare "artisti della propria vita" significa affinare la percezione a tal punto che, quando finalmente decidiamo di esprimerci, le nostre parole non siano "inquinamento" o "consumo", ma un atto di bellezza e verità. Nonostante il fascino della visione orientale della percezione pura, non possiamo ignorare che siamo esseri sociali. Una vita di sola percezione interiore rischia di dimenticare l'importanza del legame umano nel tentativo di raggiungere l'astratto. Forse la vera sfida non è scegliere tra percepire ed esprimere, ma affinare la nostra percezione affinché la nostra espressione diventi un atto di verità, capace di lasciare una scia autentica nel mondo.
Perché è meglio non esprimersi? | Sadhguru Italiano
Esiste una verità scomoda nella relazione tra chi soffre e chi assiste: nessuno può davvero salvare un altro essere umano. L’idea che un intervento esterno possa risolvere i nodi profondi di una vita è un’illusione che, nel tentativo di fare del bene, rischia di produrre un danno invisibile ma profondo.Il primo limite invalicabile di ogni intervento è la libertà dell'altro. Non è possibile aiutare chi non lo desidera o chi non è ancora pronto a farsi aiutare. Il cambiamento non è un evento che si può imporre dall'esterno, ma un processo che richiede una disponibilità interiore specifica. Senza questa "prontezza", ogni parola o gesto di sostegno cade nel vuoto o viene percepito come un'invasione. Forzare un aiuto su qualcuno che non è ancora pronto a cambiare significa ignorare i suoi tempi e la sua dignità, finendo spesso per generare resistenze ancora più forti. L'aiuto è un atto che richiede un patto tra due volontà; senza quella del soggetto, l'azione del clinico perde ogni efficacia. Quando ci sostituiamo a qualcuno per risolvere le sue difficoltà, compiamo un atto di espropriazione. Risolvere un problema al posto di un altro significa sottrargli l'occasione di misurarsi con la sfida e, di conseguenza, privarlo della possibilità di evolvere. L’apprendimento autentico non è un processo che può essere trasferito dall'esterno; è un’alchimia che avviene esclusivamente all'interno del soggetto. Non si può imparare a camminare se qualcuno ci tiene costantemente sollevati da terra: la forza e l'equilibrio nascono solo dal contatto diretto con la resistenza del mondo. Se il percorso viene spianato da un altro, il soggetto non svilupperà mai la conoscenza necessaria per orientarsi nel proprio territorio interiore. L’unico aiuto reale non consiste nel fare, ma nell'esserci. Si tratta di offrire una cornice, una presenza che garantisca la tenuta mentre l’altro compie il suo lavoro. La responsabilità della propria vita e del proprio cambiamento è un carico che non può essere delegato, né tantomeno assunto da un terzo. In questo senso, gli altri si salvano sempre da soli. Solo chi vive il disagio possiede le chiavi per uscirne, perché solo chi abita la propria storia può risriverne il finale. Il compito di chi accompagna è quello di restare un passo indietro, assicurandosi che lo spazio rimanga vuoto abbastanza perché l'altro possa riempirlo con i propri passi, le proprie scoperte e la propria, faticosa, libertà.
Nella pratica terapeutica, l'espressione "Sono qua per te" non è l'offerta di un'amicizia o di uno scambio di opinioni tra due persone che "fanno due parole". Al contrario, la mia posizione clinica si fonda sul superamento del narcisismo del terapeuta. Si tratta di una scelta necessaria per evitare che l'incontro diventi un inutile gioco di specchi e rimanga, invece, un autentico atto d'amore. La maggior parte delle relazioni quotidiane è saturata dal narcisismo: cerchiamo nell'altro conferme, consigli che ricalchino i nostri valori o approvazioni che nutrano la nostra immagine. Se il terapeuta portasse in seduta il proprio ego — le proprie credenze, le proprie esperienze o la propria visione del mondo — la terapia perderebbe la sua funzione trasformativa. Mettere a tacere il proprio Io significa impedire che il terapeuta diventi un modello da imitare o un giudice da compiacere. L'astensione dal dare consigli e dal manifestare pareri personali serve a rompere questa dinamica: il paziente non è qui per confrontarsi con l'identità del clinico, ma per incontrare ciò che di autentico emerge quando il rumore del narcisismo altrui si spegne. Contrariamente a quanto si possa pensare, il rifiuto di offrire consigli o opinioni non è un segno di freddezza, ma la forma più alta di cura. Come suggeriva Jacques Lacan, l'amore consiste nel dare ciò che non si ha. In analisi, questo si traduce nel non offrire al paziente "risposte" o "verità" che il terapeuta non possiede, ma nel donare invece il proprio ascolto e la propria disponibilità a restare nel vuoto insieme. Rinunciare al ruolo di chi elargisce suggerimenti è un atto di rispetto profondo: è la scelta di non offrire una guida esterna che finirebbe per soffocare il desiderio del soggetto. In questo spazio protetto, il paziente non incontra l'opinione del terapeuta, ma l'impatto della propria parola. Fornire soluzioni preconfezionate o svelare ciò che il terapeuta "pensa" della persona che ha di fronte è, spesso, una forma di narcisismo intellettuale. Significa occupare lo spazio con il proprio sapere, colonizzando il campo mentale del paziente. È solo quando il clinico accetta di non essere al centro della scena che può emergere la verità del paziente, libera dalla necessità di conformarsi alle aspettative di un "esperto" che presume di sapere cosa sia bene per lui. Questa postura serve a garantire che l'origine dei pensieri e del cambiamento non sia una forma di dipendenza dal parere del terapeuta, ma il frutto di una scoperta autonoma. In questo vuoto, protetto dall'ingombro dei pregiudizi del clinico, il paziente può finalmente smettere di essere l'oggetto di un consiglio o di una diagnosi speculare. È qui che l'individuo può riappropriarsi della propria vita, scoprendo che la risposta al proprio malessere non risiede nel parere di un altro, ma nella forza e nella responsabilità del proprio essere più autentico.